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Il Giubileo del mondo carcerario

Giubileo, festa, musica… libertà! Aggiungiamo speranza perché queste esperienze individuali e collettive sostengono, incoraggiano e ispirano la speranza. Sì, se chiudi gli occhi… senti la memoria del cuore: volti, abbracci, senti un’aria fresca e rinnovatrice. Questo Anno Giubilare, animato dalla Chiesa Cattolica, ha queste connotazioni, non imposte ma vissute e animate dalla fede nel cammino verso l’incontro definitivo con la Santissima Trinità. Il mondo carcerario non è estraneo a questo; anzi, la Chiesa ha invitato i governi così: “Propongo ai governi del mondo che nell’Anno Giubilare intraprendano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di remissione delle pene volte ad aiutare le persone a ritrovare fiducia in se stesse e nella società; percorsi di reinserimento comunitario che richiedano un impegno concreto all’osservanza della legge” (Papa Francesco, Bolla di Indizione del Giubileo, Roma, 9 maggio 2024).

La risposta a questa proposta assume forme e conseguenze molto diverse in ogni governo e Paese del mondo. In Bolivia, i privati ​​della libertà attendevano la grazia del Papa (un miracolo, un miracolo di giustizia, perché ci sono molti colpevoli in carcere e molti innocenti). Ci è voluto molto impegno per far capire alla gente che non sarebbe venuta dal Papa; non era sua responsabilità. Il governo ha emesso la grazia, ma quando avvocati e prigionieri la leggono, la loro speranza si affievolisce di nuovo, anzi, svanisce. La via del perdono, la via del reinserimento nella comunità per un prigioniero in libertà, sembra impossibile. Perché sono privato della mia libertà? …Perché sono incarcerato? Le risposte variano, sia da parte di chi è fuori sia da parte di chi è dietro le sbarre. La verità è che alcuni tratti sono condivisi comunitariamente da coloro che sono privati ​​della libertà: un’autostima inesistente; la consapevolezza di essere rifiutati e ignorati da una società che giudica sempre; l’eterna oscurità del carcere, che sembra far pensare solo a come “recuperare” “questa ingiustizia che devo sopportare” (è così che molti di coloro che sono privati ​​della libertà sentono e pensano). A questo si aggiungono: il sovraffollamento dei detenuti in tutti i penitenziari, la pessima alimentazione, la povertà economica, l’abuso di autorità e la violenza da parte del personale penitenziario; molti funzionari della giustizia non apprezzano, non credono e non accettano la difesa e le prove a favore dell’imputato…

La vita di coloro che sono privati ​​della libertà, come loro stessi affermano, è buia, senza speranza, e così anche i funzionari delle carceri. Papa Leone XIV ha recentemente affermato: “Il male, infatti, non deve essere solo punito, ma anche riparato, e ciò richiede uno sguardo profondo al bene delle persone e al bene comune. È un compito arduo, ma non impossibile per chi, consapevole di prestare un servizio più impegnativo degli altri, si impegna in una condotta irreprensibile”. (Leone XIV, Giubileo degli Operatori di Giustizia, settembre 2025) Con occhi, cuore e volontà cristiani, la Chiesa cattolica contribuisce e cerca di contribuire ancora di più: mezzi e strumenti per il recupero e la rivalutazione della dignità umana in ciascuno di coloro che vivono in carcere. Carismaticamente, le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, come i loro amici laici, hanno qui un invito, una sfida e un’opportunità per riconoscere Cristo sofferente in ogni detenuto e servirlo con il meglio di sé e di ciò che possiedono, come fecero e continuano a fare la Beata Enrichetta Alfieri e tante consorelle: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrata con l’unzione… per liberare gli oppressi e proclamare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,16.18b-19). Da diversi anni, nella Provincia Latinoamericana, suore e amici laici di Santa Giovanna Antida rispondono alla chiamata di Gesù sofferente nelle carceri con diversi servizi: catechesi, ascolto, partecipazione all’Eucaristia nelle carceri, laboratori letterari, vari concorsi e la ricerca di strumenti necessari per il lavoro dei detenuti. Molti accolgono l’invito di Dio e collaborano, a ciascuno: GRAZIE DI CUORE! Abbiamo bisogno del sostegno e della collaborazione di più sorelle e fratelli che riconoscano Cristo in queste persone, degne come noi e così toccate dal peccato personale e sociale. Sr. Caty SdC Sucre – Bolivia