Le Suore della Carità a Sulmona
Era il 25 ottobre del 1853. La città aveva bisogno. Le scuole di San Cosimo e l’istituto di mendicità erano rimasti senza personale, e il popolo, già allora, si aggrappava a chi potesse portare sollievo, istruzione e cura. Il Comune di Sulmona e la Casa Santa si rivolsero allora al Vescovo Mario Giuseppe Mirone, chiedendo l’aiuto delle Suore della Carità, già presenti a Castel di Sangro. La risposta arrivò da lontano, scritta di pugno dalla Madre Generale Suor Genoveffa Boucon. E fu così che, con il successore del Vescovo Mirone, Monsignor Sabatini, giunsero a Sulmona le prime quattro Suore della Carità.
Fu una festa. Le campane suonavano, la banda intonava la sua musica, la gente riempiva le strade. Non sapevano, allora, che non stavano accogliendo solo quattro donne in abito semplice…ma quattro colonne di misericordia destinate a sostenere, per secoli, la dignità di un intero popolo. Due di loro furono mandate a Sant’Onofrio, all’istituto di mendicità: lì, tra malati e poveri, impararono a medicare le ferite del corpo e quelle, ben più profonde, dell’anima. Le altre due si stabilirono prima a Palazzo Corvi, poi a San Cosimo, dove aprirono la scuola: insegnavano francese, musica, pittura, ricamo, cucito. Non solo saperi, ma speranza — quella che nasce quando qualcuno crede in te, anche se non hai nulla.
Nel 1900, con decreto regio firmato da Giolitti, aprirono altre due scuole materne, una a Santa Chiara e una in via Francesco Crispi. Centinaia di bambini trovarono tra quelle mura non solo insegnanti, ma madri spirituali, attente ai più bisognosi, alle famiglie senza voce, ai figli della povertà. E poi, l’ospedale. Fino agli anni Sessanta, nei reparti dell’Annunziata, le Suore della Carità furono una presenza costante, discreta, operosa. Tra le corsie fredde e spoglie, portavano un calore che nessuna medicina poteva dare. Accanto ai degenti, alle madri in ansia, agli anziani soli, c’era sempre una suora che vegliava, che sorrideva, che pregava in silenzio. Nel 1968, grazie a una donazione di italiani all’estero, fondarono la Scuola Materna Regina Margherita. Tre sezioni, poi sempre più bambini. Negli anni Settanta superavano i 250 piccoli. Le rette bastavano appena a coprire le spese, ma le Suore, con la loro testarda compassione, accoglievano anche chi non poteva pagare. Perché per loro, la carità non si calcola, si dona. Ogni bambino, ricco o povero, meritava di crescere tra amore, giochi e dignità. E quando la scuola finiva, iniziava un’altra giornata. Sulmona, allora, era ancora povera. Oltre la circonvallazione, c’erano campagne, baracche di lamiera, famiglie dimenticate. Le Suore della Carità andavano lì, ogni giorno, a portare la vita: facevano la spesa per chi non poteva, pulivano le case, curavano i malati, cucinavano, pregavano, abbracciavano.

E poi, la sera, lavavano, stiravano, cucivano abiti, preparavano spettacoli teatrali per i bambini, costruivano costumi e scenografie con le proprie mani.
