Una semplice lettura di questo titolo sembra a priori positiva. Perché la libertà, come sappiamo definirla in varie scienze, è sempre qualcosa di positivo. Ma in questo caso, la parola “libero” risuona in me come una resurrezione. Mi spiego meglio. Che cos’è la resurrezione? La resurrezione è un concetto generalmente utilizzato nella spiritualità e significa tornare in vita dopo la morte. Il 29 gennaio 2025, insieme a una mia consorella, una postulante e l’autista abbiamo vissuto quella che posso simbolicamente definire una “esperienza di morte imminente” per mano dei ribelli in questa bellissima terra di missione centrafricana. “Siete liberi” è l’espressione del nostro ritorno alla vita. Per quanto riguarda la nostra “esperienza di morte imminente”, quel giorno ci siamo alzati come al solito, con i nostri programmi di viaggio. Siamo andati a messa e il tono della giornata era così impostato. Avendo programmato di partire alla fine della mattinata, siamo andate a dare una mano nei vari servizi. Quando è arrivato il momento di partire, siamo partiti con grande gioia, con l’intenzione di fare un bell’incontro di vita consacrata a Bouar, come negli anni precedenti. L’autista, musulmano, ha pregato il suo Dio e noi il nostro. Una ventina di minuti dopo la partenza, appena terminata la preghiera, siamo caduti nelle mani dei ribelli che hanno fatto frenare l’autista prima di puntargli una pistola alla testa e ordinargli di spegnere il motore e scendere dall’auto con del denaro. Mentre uno teneva fermo l’autista, gli altri si sono occupati di noi con gli stessi gesti, spingendoci verso la boscaglia dopo aver schiaffeggiato l’autista e me per aver osato chiedere di prendere ciò che serviva e lasciarci proseguire il cammino. Eravamo costretti a obbedire. Era l’inizio di una lunga camminata di più di dieci chilometri attraverso la boscaglia, sotto le sferzate delle fruste, con le parole d’ordine: “veloce, veloce, pigro”.
Poi, a un certo punto, è avvenuto il miracolo della liberazione. Il capo della banda disse: “Siete liberi!” Tra la sorpresa e la paura, nessuno osava muoversi. Era come se quella stessa espressione ci avesse paralizzato. Poi, dopo un attimo di silenzio, abbiamo sentito di nuovo le parole: “Siete liberi!”.
Dopo averli ringraziati, mi sono premurata di stringere la mano a ciascuno dei nostri carcerieri, che ridevano, non so perché, prima di raggiungere gli altri sulla via del ritorno. Camminammo per quaranta minuti, a passo più spedito rispetto all’andata, per raggiungere la strada principale dove i soldati ci aspettavano timorosi. La loro presenza confermava la nostra libertà dagli uomini senza legge. Come non dare alla nostra liberazione un significato simbolico di resurrezione? Quando entrammo nel cespuglio, ebbi l’impressione che il tempo si fosse fermato per noi. Il cespuglio sembrava una tomba dove nulla dipendeva più da noi, ma dai nostri rapitori. Ma Dio non aveva ancora parlato. Abbiamo pregato con tutto il cuore, con fede, abbandonandoci alla volontà di Dio.

Sì, solo la volontà di Dio avrebbe deciso il nostro destino. Questa è la forza della fede. Due ore e venti minuti è quanto è durato questo inferno. E più girava la lancetta dell’orologio, che mi avevano lasciato, più mi preoccupavo, ma la speranza non cedeva il passo alla disperazione. Il che dava l’impressione di una certa tranquillità esteriore. Non era il momento di farsi prendere dal panico.
In un dialogo impari con il Signore, i santi e gli angeli ci hanno ispirato risposte al tempo stesso ferme e gentili. Questo ha senza dubbio disarmato internamente i nostri carcerieri, costringendoli a darci una nuova possibilità di vita, la nostra libertà fisica. I quaranta minuti di cammino verso casa sono sembrati come quarant’anni di cammino nel deserto. Oggi possiamo dire con certezza che eravamo morti, ma siamo tornati in vita.
Grazie a Dio, grazie a tutti coloro che ci hanno sostenuto e continuano a sostenerci.
D’ora in poi la Pasqua avrà per noi un significato più profondo e concreto.
sr. Pokam Gisele Magloire
