“Le guerre di Israele”
7 marzo 2026
Sabato 7 marzo nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense, il dottor Fabrizio Maronta, responsabile redazione e relazioni internazionali di Limes, ha parlato del tema “Le guerre di Israele”, provando a fare chiarezza anche sulla crisi innescata nel Golfo negli ultimi giorni. Si è trattato del terzo appuntamento del corso “La rivoluzione mondiale. Mappe, poteri, missione oggi: come orientarsi nel caos globale”, promosso dall’Ufficio diocesano per la cooperazione missionaria tra le Chiese insieme a Limes.
Per avviare il terzo incontro di formazione missionaria con padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio diocesano, è stato sottolineato che «siamo tutti chiamati a un’assunzione di responsabilità. Non possiamo rimanere passivi, sia come cristiani che come membri della società civile, poiché la guerra è un inganno. La pace rappresenta una responsabilità sia individuale che collettiva. È un dovere da assumere, una ricerca da intraprendere e un cammino da percorrere con perseveranza». Infine, il comboniano padre Alberto Parise ha richiamato l’attenzione sul documento pubblicato da Kairos Palestina, un movimento ecumenico cristiano palestinese, descrivendolo come «un grido delle Chiese che vivono sotto occupazione».
L’attacco del 28 febbraio da parte di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran rappresenta il preludio a una «resa dei conti» e viene descritto come «la madre di tutte le guerre». Per gli europei, si configura come un «disastro», poiché sono particolarmente vulnerabili alle implicazioni economiche, di sicurezza e migratorie provenienti dal Medio Oriente.».
L’esperto di politica internazionale ha inoltre sottolineato che attualmente il governo israeliano sta sfruttando il trauma in seguito agli eventi del 7 ottobre «per mantenere la propria posizione, unire un Paese che si presentava estremamente diviso al suo interno e ridefinire il Medio Oriente a proprio favore». Per comprendere la situazione attuale, Maronta ha fornito una panoramica sull’inimicizia tra Iran e Stati Uniti, descritta come una «tragica commedia degli equivoci» originatasi dalla crisi diplomatica e politica degli ostaggi del 1979. Ha anche ricordato la guerra Iran-Iraq degli anni ’80 e l’invasione americana dell’Iraq, che ha portato alla caduta del regime di Saddam Hussein dopo l’11 settembre 2001.

Tuttavia, ha evidenziato che questo rappresenta un errore strategico da parte degli Stati Uniti, poiché Saddam Hussein era «il principale baluardo contro l’espansionismo iraniano nella regione». Una volta rimosso, l’Iraq è diventato «una terra di nessuno» e un «corridoio logistico» verso Israele. Situazione attuale in Medio Oriente è «una tragedia sotto ogni aspetto» e attualmente siamo testimoni di «una corsa contro il tempo». L’obiettivo degli Stati Uniti e di Israele è quello di «decapitare il regime e neutralizzarne le capacità difensive in tempi molto brevi», al fine di impedire «all’Iran di riorganizzarsi o di esportare conflitti, rendendo insostenibili i costi energetici per la regione e per il mondo». Maronta ha evidenziato che il conflitto può essere analizzato attraverso tre dimensioni: strategica, umana e millenaristica, con una predominanza della dimensione israeliana. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta principalmente di una guerra tra America e Iran, bensì di un conflitto tra Israele e Iran, con gli Stati Uniti che fungono da “strumento” nelle mani di Israele. Questa dinamica rappresenta una criticità significativa dal punto di vista strategico, poiché inverte il tradizionale rapporto di protezione: gli Stati Uniti, che dovrebbero essere il protettore, si trovano nella posizione di supportare Israele, il protetto. Israele, in tal modo, utilizza gli Stati Uniti come un mezzo per perseguire i propri obiettivi. La questione centrale è che il protettore è la potenza militare più grande del mondo.
Sr Erica Niati
