Indonesia—Jerora Sintang Agosto 2025 Eccoci qua, è passato quasi un mese dal nostro rientro in Italia e ormai siamo tornati alla nostra routine frenetica. Eppure, la fatica della ripresa ci riporta con il pensiero dall’altra parte del mondo. Ci capita ancora di sentire ancora Suor Iki parlare con gli animali e prendersi cura del grande parco della casa o i bambini della scuola materna cantare l’Ave Maria diretti dalla piccola Vivi e sotto l’attenta supervisione di suor Magda. Ci riporta i profumi della cucina di suor Bona e suor Anas che, insieme a suor Emil, si prendono cura delle consorelle e dei loro bellissimi cagnolini, tra cui, la nostra preferita, la Franca. Ci ricordiamo gli sguardi fieri e orgogliosi di suor Pipit e suor Hendrika rivolti alle loro ragazze, pieni di affetto e di un amore autentico, quasi materno.
Da questo viaggio in Indonesia siamo tornati pieni di entusiasmo e arricchiti da una fede che supera le apparenze e ci ricorda di non avere fretta ma, piano piano, di scendere in profondità e prenderci cura di noi stessi e degli altri nella Verità. Grazie a questa missione siamo riusciti a superare limiti che sembravano insormontabili: la lingua – fuori dal convento inglese e italiano erano totalmente sconosciuti -, il cibo (ricordiamo ancora una volta che abbiamo mangiato il serpente, ormai cosa diventata motivo di vanto con familiari e amici), l’umidità che ci ha fatto sudare più del lavoro di pittura della scuola e, ultimo, ma non meno importante, la sveglia alle 6 del mattino… orario che non vedevamo dai tempi delle superiori. Atterrati a Jakarta completamente digiuni di indonesiano, fin da subito abbiamo dovuto fare i conti con alcune parole che avrebbero poi caratterizzato le nostre settimane a Sintang.

Satu, dua, tiga, che abbiamo sentito ripetere decine e decine di volte, con cadenze e accenti diversi, ma sempre con lo stesso sorriso e la stessa felicità negli occhi, a scandire i pochi secondi che precedono una qualunque delle foto che ci è capitato di fare più o meno in ogni occasione. E terima kasih, ovvero grazie, ma che letteralmente – abbiamo imparato e, se sbaglieremo, ci correggerete – racchiude in sé le radici di due diversi verbi: terima, dare, e kasih, ricevere e in particolare ricevere con affetto, quasi a voler richiamare all’essenziale della vita in società. E così è stato per noi, che qualcosa abbiamo provato a dare, che tanto abbiamo ricevuto e che, ora che siamo tornati in Europa, custodiamo con affetto ogni singolo ricordo. Quindi non ci resta che dire grazie alle Suore della Carità che ci hanno accolto e si sono prese cura di noi, prendendoci per mano e accompagnandoci a scoprire la loro vita e la loro cultura.
Martina Zucchetti e Filippo Pelacci



