Cosa vuol dire essere missionari? Cosa significa seguire Gesù dove non sappiamo? Possiamo davvero diventare testimoni del Vangelo? È con queste domande, difficili e profonde, che si è aperta la seconda giornata di preparazione missionaria per l’estate 2025 guidata dalle suore impegnate nella Fondazione Thouret, in vista delle missioni in Africa, America Latina e Asia. Il gruppo è composito, alcuni sono giovani universitari, altri professionisti alla loro ennesima esperienza, altri adulti che si affacciano per la prima volta al servizio internazionale. C’è grande emozione in tutti, attesa e voglia di mettersi in gioco. C’è soprattutto desiderio di ascoltare una parola nuova, diversa, un messaggio per la propria vita, a qualsiasi punto essa sia, una parola che smuova, che ci muova misteriosamente lontano dalle nostre abitudini, dalle certezze e sicurezze del nostro quotidiano.

Suor Melania legge dal vangelo di Luca e immediatamente ci affida una verità sconvolgente “La missione è mia ma non mi appartiene”. Non siamo noi ad inviare noi stessi. Io scelgo di andare, ma la missione appartiene a un Altro. A un tratto è liberatorio percepirsi strumenti, tramiti, braccia, con la sola seppur enorme responsabilità di ascoltare chi ci manda a portare la pace. Saremo capaci di ascoltare? Saremo in grado di riconoscerci servi inutili ma lavorare al meglio che possiamo per rispondere alla chiamata? Saremo capaci di essere leggeri, come ci chiede Gesù stesso, senza preoccuparci di borsa, sacca, sandali? “Guardate gli uccelli del cielo” ci riferisce Matteo, guardate i gigli dei campi… Come è difficile accettare che ciò che faremo forse darà frutti più avanti, o forse mai e comunque è probabile che non lo sapremo neppure. Andiamo dove Dio arriverà, andiamo dove Lui ci manda a precederlo. Non è anche questa libertà, uscire da sé stessi per dare spazio a qualcosa di più grande di noi, che vuol dire fidarci? E poi ecco la gioia, quella di Barnaba che arriva ad Antiochia e “vide la grazia di Dio e si rallegrò” perché tanti si erano convertiti al Signore. Qualcuno arriverà e qualcuno pure ci precede. In un luogo lontano, dove immaginiamo di trovare dolore e miseria e bisogno, noi sorprendentemente siamo chiamati a gioire, perché riconosciamo l’opera di Dio. Questa è forse la sfida più grande e in gruppo ne parliamo, condividiamo le nostre reazioni, ci stupiamo insieme. Forse proprio in questo stupore intorno alla Parola risiede il segreto più profondo che ci accingiamo ad esplorare, la forza del dono che riceviamo. Forse non dobbiamo fare altro che preparare il nostro cuore a stupirsi, di tutto ciò che vedremo, delle persone che incontreremo, di quello che impareremo credendo di insegnare, di quello che riceveremo credendo di dare. Ci salutiamo mangiando una pizza, destini diversi che si incontrano intorno ad una promessa. Che sappiamo essere terra che si lascia plasmare, affidando la sua forma alle mani sapienti di un Altro, che sa cosa fare, anche se i suoi modi, i suoi tempi e le sue direzioni sono e sempre saranno per noi un mistero. Resta nel gruppo la trepidazione e forse anche la paura, le domande infinite su cosa troveremo laddove andiamo, cosa faremo, pure cosa mangeremo e cosa dobbiamo portare, come, quanto. Ma alla fine di questo giorno restiamo anche nella gioia dell’incontro, con i missionari, le suore, gli amici lontani, scoprendoci tanto più curiosi e pieni di speranza per tutti gli incontri che in un prossimo tempo di pace verranno.
Anna Maria Di Brina
