In un mondo dove le notizie parlano solo di guerre, crisi, confini che si chiudono e cuori che si induriscono, ho sentito dentro di me una voce silenziosa ma insistente: devi fare qualcosa. Anche solo un piccolo gesto, un passo, una presenza. Perché credo, con tutta me stessa, che partire dai piccoli gesti possa davvero fare la differenza. È così che grazie al progetto GRIOT, promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, in cui lavoro da due anni, ho avuto la possibilità di vivere un’esperienza che ha lasciato un segno profondo nel mio cuore. Sono partita per tre settimane in Camerun, nel villaggio di Ngaoundal, un luogo che si trova a dodici ore di macchina dalla capitale, Yaoundé. Il progetto si occupa di sensibilizzazione, ricerca e intervento attivo per individuare e combattere la tubercolosi in zone in cui spesso la medicina arriva con fatica.

Un progetto già ambizioso e complesso in sé, che si è scontrato con tante difficoltà concrete: dalla barriera linguistica dato che non tutti parlano francese, alla mole di dati raccolti da digitalizzare, passando per le piccole sfide quotidiane di un contesto tanto diverso dal nostro. Ma nulla avrebbe potuto prepararmi alla bellezza che ho trovato lì. Al calore delle persone, alla loro capacità di accogliere con un sorriso che abbraccia. Alla generosità disarmante, alla dedizione totale al bene comune, alla condivisione sincera, naturale, quotidiana. È un tipo di ricchezza che, immersi nelle nostre corse frenetiche, talvolta dimentichiamo. Sono stata accolta come una sorella da Suor Claudine Bolam e da tutte le suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, che mi hanno non solo ospitata, ma coccolata, accolta, amata. Sentirmi chiamare “ma sœur”, espressione semplice e frequente lì, mi riempiva il cuore ogni volta. Era come se mi dicessero: sei dei nostri, qui con noi, non sei un’estranea. In Camerun mi sono sentita a casa. Una casa fatta di volti, di mani tese, di tempo donato con gioia. Ed ho sentito che la mia presenza era davvero apprezzata. Non per quello che facevo, ma per quello che ero.

Spero che anche loro abbiano percepito quanto onorata mi sia sentita ad essere lì. Non voglio cadere nei soliti cliché, ma è la verità: quello che io ho dato a loro non sarà mai nemmeno un decimo di ciò che loro hanno dato a me. E quando le tre settimane stavano per finire, ho capito che l’esperienza stava appena cominciando. Perché il Signore aveva pensato qualcosa di ancora più grande per noi. Grazie alla Presidente della Fondazione, Suor Maria Caruso, e all’incontro con un gruppo di ragazze del villaggio, sono entrata in contatto con il bellissimo progetto Fili di Speranza: un’iniziativa che insegna l’arte del cucito e della sartoria a giovani donne in situazioni di vulnerabilità, offrendo loro dignità, autonomia, futuro. Sono tornata in Italia con una valigia piena dei loro abiti, confezionati con quei meravigliosi tessuti africani dai colori vivaci e pieni di vita. E con un’emozione difficile da contenere, ho avuto il privilegio di indossarne due durante l’evento di beneficenza “Fili di Speranza”, insieme alle sarte dell’associazione. Abbiamo sfilato insieme, fianco a fianco,
nel bellissimo giardino della sede di Roma delle Suore della Carità, circondate da sorrisi, musica, profumi e un aperitivo che sapeva di festa e gratitudine Non possiamo aspettare che il cambiamento arrivi da solo. Il cambiamento siamo noi, e comincia da ogni gesto, ogni parola, ogni incontro. Questa esperienza in Camerun mi ha ridato fede nell’umanità. Mi ha insegnato che la speranza non è un concetto astratto, ma qualcosa che si tocca con mano ogni giorno, quando ci si mette al servizio degli altri con umiltà e amore. Questo viaggio è stato solo l’inizio. Il resto… lo scriveremo insieme.
Beatrice Fratocchi
