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Ciad – N’djamena, Sarh, Balimba 7-29 agosto 2025

Pietre e sabbia. Questo è quello che mi sono sentita addosso per molto tempo, negli ultimi anni di separazione e devastante lontananza dalle mie figlie. “Dentro di me c’è una sorgente profonda” scrive Etty Hillesum, giovane vittima dell’Olocausto. “E in quella sorgente c’è Dio. Sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”. Parto così, con la speranza di dissotterrare la sorgente profonda che è nel fondo di me. Una guardia gentile e col volto rigato di cicatrici (solo dopo capirò che sono dovute a rituali tribali ancora in uso) ci introduce alle procedure di accoglienza all’aeroporto di N’djamena. Ogni abito, ogni volto, dicono che siamo in un altro mondo, terra di musulmani e di deserto.

Provo disagio e paura. Sarò in grado di farmi cambiare da un mondo così? O non desidererò ardentemente di tornare nel mio paese? Come se qui il deserto di fuori corrispondesse ad un deserto intimo, interiore…non finirò per sentirmi ancora più diversa, ancora più lontana, più indifferente? L’arrivo dei bambini è un canto di festa. Sono tutti vestiti di rosso, la divisa della scuola e accolgono questi sconosciuti arrivati per stare con loro. Ci sono bimbi piccolissimi e ragazzi adolescenti ed è subito un momento di emozione. Con grande rispetto ci stringono la mano chinando il capo. Durante la messa, un bimbetto di pochi anni lasciato solo al momento della comunione mi si accosta, perplesso e tranquillo e si appoggia alle mie gambe come fosse la cosa più naturale. Gli accarezzo la schiena per rassicurarlo e lui resta lì, silenzioso, le manine nelle mie. È il mio primo vero contatto con questi bambini, non pensavo sarebbe stato così facile e immediato. Sento che sono qui per qualcosa, come se in quel bimbo mi fossi avvicinata a tutti loro senza paura. Vorrei che mi percepissero come una presenza naturale, cominciare a far parte del loro paesaggio, che mi conoscessero. Sento che succederà.

In breve, io e Simonetta ci troviamo catapultate nelle attività della Colonia. “Non preoccupatevi, le cose da fare le troverete” ci aveva detto Lorenza prima di partire, quando chiedevamo ragguagli sui nostri compiti. E in effetti le cose ci sono arrivate incontro senza filtri né tempo per pensare. Cinquantaquattro bambini di tutte le età da gestire dalla mattina alla sera, con le nostre sole forze, coi nostri materiali, con le nostre idee. Ogni schema, orario, piano organizzativo ci salta tra le mani e coscientemente decidiamo di fare quello che riusciamo. Simonetta si dedica ai più piccoli, che fanno a gara per starle in braccio, e io mi occupo degli altri, fino alle grandi.

Sfoderiamo fogli, matite, pennarelli, stencil, tutto quanto ci siamo portate da casa e i bambini si mettono al lavoro con foga ed entusiasmo, disegnando sulle sedie di plastica e sui pochi tavoli come appoggio. La saletta nel giardino dove siamo è un caos di richieste, risa, richiami e va e vieni, ma ci rendiamo conto che già stiamo lavorando, già stiamo con loro. Con alcuni che vagano decido di leggere un piccolo libro speciale, il Piccolo giallo, testo interattivo in cui i bambini devono strofinare il pallino giallo per voltar la pagina e scoprirlo cambiato. Impazziscono e ad ogni pagina scoppiano in grida di stupore e divertimento. Merveille è una bambina dagli occhi grandi e intelligenti che mi guarda con gioia e gratitudine, credo abbia deciso che le piaccio. Mi abbraccia e quando chiudo il libro mi fa il segno del pollice, a dire “Ok, era davvero bello!” e poi mi da un energico cinque. Sono felice. Ho in mente che in molti bambini dorma uno scrittore, un artista, e ho l’arrogante speranza che magari una lettura, un disegno potrebbero risvegliare qualcosa in loro, diventare la miccia per nuove aspirazioni, nuovi pensieri, nuove curiosità. In fondo l’educazione serve a questo, a permettere allo spirito di allargarsi, di crescere e trovare una sua particolare forma. Mi sento fiera delle loro risate, fiera che si contendano il libro.

Anna Di Brina